mercoledì 17 aprile 2024

Biografia di Michelangelo Buonarroti

  Michelangelo Buonarroti


Nato il 6 marzo 1475 a Caprese, un piccolo paese della Toscana, vicino ad Arezzo, Michelangelo Buonarroti ancora in fasce viene portato dalla famiglia a Firenze. Figlio di Ludovico Buonarroti Simoni e di Francesca di Neri, viene avviato dal padre agli studi umanistici sotto la guida di Francesco da Urbino, anche se ben presto dimostra tale inclinazione al disegno che, in contrasto con i progetti paterni, passa alla scuola del già celebrato maestro fiorentino Ghirlandaio. Il maestro rimane stupefatto vedendo i disegni eseguiti dal tredicenne Michelangelo. In possesso di una fortissima personalità e di una volontà ferrea fin da giovane, Michelangelo doveva per la verità rimanere, per contratto, almeno tre anni a bottega dal Ghirlandaio, ma nel giro di un anno abbandona la comoda sistemazione, anche a causa della grande passione per la scultura che egli nutriva, per trasferirsi nel Giardino di San Marco, una libera scuola di scultura e di copia dell'antico che Lorenzo de' Medici aveva appunto istituito nei giardini di San Marco (dove fra l'altro i Medici avevano già raccolto una notevole collezione di statuaria classica), ponendovi a capo lo scultore Bertoldo, discepolo di Donatello. 

Notato da Lorenzo il Magnifico, Michelangelo viene da lui accolto nel suo palazzo dove, a contatto con i grandi pensatori umanisti (tra i quali Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Poliziano), ha modo di arricchire la propria cultura. Alla corte dei Medici egli esegue le sue prime sculture, la "Battaglia dei Centauri" e la "Madonna della Scala". 

Nel 1494, impaurito dalle voci di una prossima caduta dei Medici (nel novembre di quell'anno Carlo VIII era entrato a Firenze), Michelangelo fugge a Bologna ove, ammirati i rilievi di Jacopo della Quercia, scolpisce un bassorilievo per il Duomo di San Petronio. Dopo un breve viaggio a Venezia, torna a Bologna e resta per circa un anno ospite di Gianfrancesco Aldrovandi, dedicandosi a studi letterari e al componimento scultoreo dell'arca di San Domenico.

Torna a Firenze nel 1495 e - nello stesso periodo in cui il Savonarola tuona contro il lusso e l'arte paganeggiante - crea il Bacco Ubriaco (Bargello). Si dirige quindi a Roma ove scolpisce la famosa "Pietà" Vaticana. 

Fra il 1501 ed il 1505 è di nuovo a Firenze, subisce qualche suggestione leonardesca e produce una serie di capolavori: il "Tondo Doni" (Uffizi), il "Tondo Pitti" (Museo del Bargello), il perduto cartone per l'affresco della "Battaglia di Cascina" e l'ormai famosissimo David di marmo, collocato all'ingresso di Palazzo Vecchio come simbolo della Seconda Repubblica ma anche come apice dell'ideale rinascimentale dell'uomo libero e artefice del proprio destino. 

Nel marzo del 1505 papa Giulio II chiama l'artista a Roma per commissionargli il monumento sepolcrale, dando così l'avvio ad una vicenda di contrasti con il pontefice e i suoi eredi, che si concluderà solamente nel 1545 con la realizzazione di un progetto assai ridotto rispetto al grandioso piano iniziale: il mancato compimento di quest'opera fu assai doloroso per Michelangelo, che ne parlò come di una "tragedia della sepoltura". Intanto i continui impegni costringono l'artista a continui spostamenti tra Firenze, Roma, Carrara e Pietrasanta, dove si prende cura personalmente della cava dei marmi per le sue sculture. 

Nel maggio del 1508, dopo una clamorosa rottura e riappacificazione con papa Giulio II, firma il contratto per la decorazione del soffitto della Cappella Sistina, alla quale attende ininterrottamente dall'estate di quell'anno fino al 1512. Cinquecento metri quadri decorati da un solo uomo in quattro anni di accanito lavoro e che rappresentano la piena espressione degli ideali artistici del Rinascimento affidati a un'interpretazione neoplatonica della Genesi. Giulio II muore nel 1513 e si ripropone il problema del monumento funebre: di questo secondo incarico ci restano il Mosè e i due Schiavi (Schiavo Ribelle e Schiavo Morente) conservati al Louvre, anche se di fatto la tomba completa sarà completata solo nel 1545, con un'ultima versione, in gran parte affidata agli aiuti. Michelangelo comunque lavora anche ai progetti per la facciata di San Lorenzo, e a quelli per le tombe Medicee, al Cristo per Santa Maria sopra Minerva. 

Nell'autunno del 1524 il nuovo papa dei Medici, Clemente VII, fa iniziare all'artista i lavori per la biblioteca Laurenziana e proseguire quelli per la tomba che, principiate nel 1521, saranno portati a termine solo nel 1534, anno in cui Michelangelo si stabilisce definitivamente a Roma. Verso il settembre dello stesso 1534 sono le prime trattative per il Giudizio Finale, che doveva coprire la parte dell'altare della Cappella Sistina; quest'opera che doveva suscitare tanto successo e tanto clamore, verrà terminata dall'artista nel 1541. Gli avvenimenti personali di questo periodo hanno una eco anche sull'arte di Michelangelo, soprattutto l'amicizia con Tommaso de' Cavalieri, al quale dedica poesie e disegni, e l'amore per la poetessa Vittoria Colonna, marchesa di Pescara, che lo avvicina ai problemi della riforma e alle idee circolanti nell'ambiente dei Valdes. 

Tra il 1542 e il 1550 l'artista attende agli affreschi per la cappella Paolina, sempre in Vaticano, si dedica alle imprese architettoniche, come il compimento di Palazzo Farnese, la sistemazione del Campidoglio, e soprattutto i lavori per San Pitro, alla cui fabbrica viene preposto da Paolo III nel 1547, e porta a termine diverse sculture, dalla pietà del duomo di Firenze, alla quale lavora nel 1555, alla estrema incompiuta Pietà Rondanini. Michelangelo già dai contemporanei fu acclamato come il maggiore artista di tutti i tempi, e influì grandemente su tutta l'arte del secolo. Ammirato senza riserve da alcuni, odiato da altri, onorato dai papi, imperatori, principi e poeti, Michelangelo


Affreschi Cappella Paolina - Michelangelo Buonarroti - Palazzo Apostolico

 Affreschi Cappella Paolina 

Michelangelo Buonarroti

Palazzo Apostolico

Conversione di Saulo

Crocifissione di Pietro

La cappella dei Santi Pietro e Paolo, più conosciuta con il nome di cappella Paolina (dal nome di papa Paolo III che la fece progettare, costruire e affrescare), è una cappella del Palazzo Apostolico nella Città del VaticanoAttualmente, la cappella è chiusa al pubblico e al di fuori del percorso dei Musei Vaticani in quanto luogo di culto privato del papa.

Appena concluso il lavoro al Giudizio universale nella Cappella Sistina, Paolo III incaricò Michelangelo, ormai ultrasessantenne, di decorare la cappella con affreschi, con storie dei primi apostoli. L'artista lavorò all'opera lentamente, per quanto gli era possibile tra acciacchi e impedimenti, mentre contemporaneamente lavorava alla tomba di Giulio II, terminata nel 1545. L'artista dipinse per la cappella Paolina due affreschi: il primo raffigurante la Conversione di Saulo, realizzato tra il 1542 e il 1545; il secondo la Crocifissione di Pietro, realizzato tra il 1546 e il 1550.

La scelta dei soggetti rimandava duplicemente alla figura del committente, papa Paolo III: il nome del papa era simbolo della sua devozione verso san Paolo, mentre il suo ruolo di pontefice massimo rimandava a san Pietro. 

L'affresco della conversione di Saulo stabiliva quindi un parallelismo tra l'elezione del papa ad opera del conclave e la chiamata di Saulo, avvenuta per l'intervento diretto di Cristo. A ciò si contrapponeva, con la crocifissione di san Pietro, l'immagine del martirio come conseguenza radicale della vita apostolica al servizio di Gesù.






martedì 2 aprile 2024

Il Cristo Porta Croce - Michelangelo Buonarroti - Basilica di Santa Maria sopra Minerva

 Il Cristo porta Croce

Michelangelo Buonarroti

Basilica di Santa Maria sopra Minerva


Nel 1514 Michelangelo, sebbene fosse vincolato da un contratto di esclusiva con gli eredi Della Rovere per lavorare alla tomba di Giulio II, non rifiutava remunerative commissioni private, come quella ricevuta da Bernando Cencio, canonico di San Pietro in Vaticano, Mario Scappucci, Pietro Paolo Castellano e Metello Vari per un Cristo risorto, da collocare nella basilica di Santa Maria sopra Minerva.


L'artista lavorò alla statua con solerzia, ma in fase di ultimazione apparve una sgradevole venatura nera proprio sul viso del Cristo, invalidando l'intera opera. Questa prima versione  oggi è conservata nella chiesa del monastero di San Vincenzo a Bassano Romano.

Accantonata questa prima versione, l'artista, che nel frattempo era rientrato a Firenze, mise mano una seconda volta all'opera alla scadenza dei quattro anni previsti dal contratto, nel 1518, completandola e inviandola a Roma nel marzo del 1520

Accompagnò il lavoro l'allievo Pietro Urbano, che una volta sul posto portò a compimento l'opera in maniera così maldestra da allertare il maestro (sollecitato da Sebastiano del Piombo), il quale nonostante la sua sostituzione con il più capace Federico Frizzi non fu soddisfatto del lavoro finito e si offrì di scolpire una terza versione. Ma il Vari non volle aspettare ulteriormente rischiando di non ottenere niente, accontentandosi dell'opera finita e chiedendo solo, come compensazione, il dono della prima versione non finita.

La statua venne collocata in basilica il 27 dicembre 1521.


Cristo è raffigurato in piedi appoggiato a una croce (simbolica, senza le dimensioni di quella del martirio), mentre tiene anche la canna e la spugna con cui gli venne porto l'aceto e con il volto guarda nella direzione opposta. Il corpo, dal perfetto modellato anatomico, era originariamente nudo al completo: il drappeggio in bronzo dorato venne infatti aggiunto solo dopo il Concilio di Trento. La posa è estremamente studiata, con una torsione complessa ma efficace che dimostra la continua ricerca di Michelangelo verso nuove soluzioni compositive.


Il Mosè - Michelangelo Buonarroti - Basilica di San Pietro in Vincoli

  Il Mosè

Michelangelo Buonarroti

Basilica di San Pietro in Vincoli


La scultura del Mosè di Michelangelo è un capolavoro senza tempo che incarna il genio artistico e la maestria tecnica del Rinascimento italiano. Realizzata tra il 1513 e il 1515, fa parte del monumentale progetto per la tomba di papa Giulio II nella basilica di San Pietro in Vincoli a Roma. Quest'opera è considerata uno dei vertici assoluti dell'arte scultorea occidentale e testimonia il virtuosismo e l'ingegno di Michelangelo Buonarroti.

La figura del Mosè è una rappresentazione poderosa e imponente del profeta biblico, che emerge con una presenza magnetica dalla sua posizione seduta. La scultura cattura l'attenzione dello spettatore con la sua intensità espressiva e la sua grandezza fisica. Michelangelo ha saputo conferire al Mosè una vitalità straordinaria, rendendolo quasi vivente nonostante il materiale statico. Uno degli aspetti più notevoli di questa opera è la resa dettagliata dell'anatomia umana. Michelangelo dimostra una conoscenza profonda della muscolatura e della struttura ossea, creando un corpo massiccio e possente che trasuda potenza e autorità. Ogni muscolo, ogni piega della pelle è resa con una precisione straordinaria, conferendo al Mosè un realismo straordinario.

Ma ciò che rende davvero straordinaria questa scultura è l'espressività del volto del Mosè. Il profeta è ritratto mentre fissa l'orizzonte con uno sguardo penetrante e intensamente concentrato, trasmettendo una sensazione di potere interiore e riflessione profonda. Le sopracciglia aggrottate, il naso forte e le labbra serrate suggeriscono un'emozione intensa, forse una combinazione di rabbia e sgomento di fronte al peccato del popolo ebraico.

Un altro elemento distintivo della scultura è il complesso intreccio dei dettagli iconografici. Michelangelo raffigura il Mosè con due corna sulla testa, una scelta iconografica che ha origini nell'antica traduzione latina della Bibbia, che tradusse erroneamente il termine ebraico che significava "raggio di luce" come "corna". Questo ha portato a una tradizione iconografica che ha rappresentato Mosè con corna sulla testa, interpretate come simbolo della sua vicinanza a Dio e della sua santità.



La Pietà - Michelangelo Buonarroti - Basilica di San Pietro

 La Pietà

Michelangelo Buonarroti

Basilica di San Pietro



La Pietà di Michelangelo, realizzata tra il 1498 e il 1499, è un'opera intrisa di significati storici e culturali che la rendono non solo un capolavoro artistico, ma anche un'icona della rinascita italiana.

Michelangelo scolpì la Pietà quando era ancora un giovane artista, all'incirca ventenne, eppure già dimostrò una maturità artistica e una maestria tecnica straordinarie. Quest'opera segnò un momento significativo nella sua carriera, ponendolo al centro della scena artistica dell'epoca e attirando l'attenzione di mecenati e committenti di prestigio.

La scultura è stata commissionata da Jean de Billheres, un cardinale francese, per la sua tomba nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Questo contesto storico e religioso è importante per comprendere il significato e il destino originale dell'opera. La Pietà, infatti, doveva essere parte di un monumento funebre, eppure la sua bellezza straordinaria e la potenza emotiva hanno trascenduto la sua funzione originale, rendendola una delle opere d'arte più ammirate e studiate al mondo.

La scelta del tema della Pietà, che raffigura la Vergine Maria che tiene il corpo del Cristo morto tra le braccia, rispecchia la devozione religiosa prevalente nel Rinascimento italiano. Michelangelo, tuttavia, diede un'interpretazione innovativa e intima a questo soggetto tradizionale. La sua rappresentazione della Vergine Maria è giovanile e serena, mentre il Cristo sembra quasi più giovane di lei, trasmettendo un senso di eternità e di divinità.

Dal punto di vista tecnico, la Pietà è un esempio straordinario della capacità di Michelangelo di trasformare il marmo in carne viva. I dettagli anatomici dei corpi, i panneggi delicatamente modellati e le espressioni dei volti sono resi con una precisione e una sensibilità straordinarie.


lunedì 1 aprile 2024

Giudizio Universale

Giudizio Universale 




Venti anni dopo aver terminato la sua opera nella volta, nel 1532 Michelangelo venne incaricato dal papa Clemente VII (1523-1534) di dipingere la parete di fondo dell’aula Sistina; ma cominciò il lavoro soltanto nel 1536 sotto il papa successivo, Paolo III Farnese (1534-1549), e lo concluse nel 1541, quando il 13 ottobre, con una solenne cerimonia, fu scoperto il grandioso affresco. Esso doveva anche costituire il simbolo della ritrovata supremazia del Papato dopo i tragici avvenimenti del 1527, in cui la città era stata messa al sacco dalle milizie mercenarie tedesche dei Lanzichenecchi, e dopo la crisi luterana che tanto aveva scosso l’autorità della Chiesa di Roma.

Seppure ispirata ai testi biblici, in particolare al libro dell’Apocalisse, nonché alla Divina Commedia di Dante Alighieri, prevale nell’opera di Michelangelo la tragica visione filosofica dell’artista: al centro è Cristo che, affiancato dalla Madonna, con un semplice movimento delle braccia decide l’ineluttabile destino ultraterreno degli uomini; per alcuni vi sarà la salvezza (rappresentata dalle figure, a sinistra, che salgono verso il cielo), per i più vi sarà la condanna alla dannazione (i nudi, a destra, che precipitano verso l’Inferno).

A sinistra del Cristo sono riconoscibili: Sant’Andrea, di spalle, con la sua croce; San Giovanni Battista, dal corpo possente, che potrebbe rappresentare Adamo. In basso si trovano invece: San Lorenzo, con una scala per ricordare il supplizio subìto su una graticola posta sopra carboni ardenti; San Bartolomeo, che tiene in mano una pelle umana svuotata della carne (secondo alcuni, sarebbe il ritratto di Michelangelo). A destra è possibile distinguere: San Pietro, con il volto del papa committente Paolo III che porge le chiavi, una argentata e l’altra dorata; al di sotto San Biagio, che mostra i pettini di ferro della sua tortura e Santa Caterina d’Alessandria, con una mezzaluna dentata, allusiva al modo in cui fu martirizzata (queste due figure, soprattutto la prima, hanno subìto un consistente rifacimento nel 1565 per correggerne la posa, considerata impudica); a fianco è San Sebastiano, inginocchiato e con le frecce in mano. Poco più in basso sempre a destra, è la celebre figura di un dannato nell’atto di coprirsi un occhio, spaventato dalla terribile visione. Da sottolineare, ancora, la scena che ha come protagonista Caronte, mitico traghettatore presente nell’Eneide di Virgilio e nella Divina Commedia di Dante: egli spinge le anime dei peccatori fuori dalla barca verso l’Inferno per abbandonarli al loro drammatico destino. Questo gruppo è concluso, verso l’angolo, dalla figura di Biagio da Cesena, cerimoniere papale che aveva giudicato l’opera di Michelangelo degna di una sala da bagno o di una osteria: per vendicarsi, l’artista lo aveva rappresentato con le sembianze di Minosse, uno dei giudici dell’aldilà nella mitologia greco-romana, nell’atto d’indicare ai dannati il girone cui erano destinati, attraverso il numero delle spire di serpente avvolte sul suo corpo. Nell’alto dell’affresco, infine, sono rappresentati i simboli della passione di Cristo: la croce, la corona di spine, i dadi con cui giocarono le guardie, la colonna della Flagellazione, la spugna con cui era stato abbeverato.

A causa delle decisioni del Concilio di Trento, chiusosi nel 1563 con la raccomandazione di fare eseguire negli ambienti sacri soltanto opere che avessero decoro e fossero conformi alle sacre scritture, gli affreschi del "Giudizio Universale" vennero nel 1565 ritoccati da un allievo di Michelangelo, Daniele da Volterra, che applicò veli e perizomi per coprire le nudità delle figure, venendo per questo soprannominato "il braghettone". Altri interventi furono eseguiti per lo stesso motivo alla fine del Cinquecento e nei due secoli successivi.


La volta della Cappella Sistina

 La Volta della Cappella Sistina


Con i suoi 800 metri quadrati di pittura "a buon fresco", è il grande capolavoro di Michelangelo, uno dei cicli più importanti della pittura mondiale. L’opera fu iniziata nel maggio del 1508, subendo un’interruzione di circa un anno, dal settembre del 1510 all’agosto del 1511. La Cappella venne inaugurata solennemente da Giulio II il primo novembre del 1512.

Il programma iconografico si riconnette ai temi dipinti sulle pareti laterali, illustrando la lunga attesa dell’umanità per la venuta di Cristo, le profezie che preannunciarono questo evento e la genesi della Creazione del mondo. Tutte le figure sono inserite entro una monumentale struttura architettonica dipinta che si sovrappone alla volta reale.


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Storie Centrali

Nei rettangoli centrali sono nove scene, quattro più grandi e cinque più piccole, tratte dal libro della Genesi, con tre episodi che concernono la creazione del Mondo, tre la storia di Adamo e tre le vicende di Noè. Michelangelo iniziò a dipingere la volta da questi ultimi episodi riservandosi, forse volutamente, per un secondo tempo le scene in cui appare il Creatore.


Separazione della luce dalle tenebre


Le tre creazioni hanno inizio con il riquadro della "Separazione della luce dalle tenebre" (Genesi 1,3-4), caratterizzato dalla figura del Creatore che, avvolto entro un drappo rosa, occupa quasi tutto lo spazio a disposizione in uno scorcio prospettico molto complesso. Il dipinto fu eseguito da Michelangelo in una sola giornata di lavoro, secondo quanto hanno dimostrato i recenti studi effettuati in seguito alla pulitura.


Creazione degli astri e delle piante


La "Creazione degli astri e delle piante", scena divisa in due parti asimmetriche, in ognuna delle quali compare la figura del Signore: a destra, Egli è ripreso frontalmente, con un gesto che tutto sembra travolgere, mentre crea i cerchi del sole splendente e della più pallida luna; a sinistra, con ardita visione di spalle, Egli è raffigurato mentre dà origine al mondo delle piante (Genesi 1,12-16).


Separazione della terra dalle acque



Il terzo riquadro è quello della "Separazione della terra dalle acque" (Genesi 1,7-9), anch’esso di grande suggestione per una visione prospettica mai tentata prima.


Creazione di Adamo


La famosissima "Creazione di Adamo", composizione il cui fulcro, leggermente spostato a sinistra, è costituito dalle due mani dei protagonisti appena scioltesi dalla stretta. Splendido è il corpo di Adamo. La figura di Dio è avvolta da un drappo di colore rosa e affiancata da angeli privi di ali e dall’espressione stupefatta. È interessante notare come, in realtà, le due figure del Creatore e di Adamo siano state ottenute da un medesimo cartone preparatorio quasi a suffragare l’affermazione biblica secondo la quale "Iddio creò l’uomo a sua immagine" (Genesi 1,27).


Creazione di Eva


Da notare come nel dipinto di Michelangelo la prima donna nasca dalla viva roccia e non dalla costola di Adamo secondo il racconto biblico.


Peccato Originale



Il sesto comparto è occupato dal "Peccato Originale" (a sinistra) e dalla "Cacciata dal Paradiso Terrestre" (a destra), episodi divisi dall’albero del male sul cui tronco si avvolge il serpente e dietro cui spunta, in alto, l’Arcangelo Gabriele. L’albero, in posizione leggermente asimmetrica rispetto al centro della composizione, è cesura tra un paesaggio lussureggiante e una natura arida, espressioni del diverso determinarsi della condizione umana. Anche i corpi dei progenitori appaiono differenti dopo il peccato, quasi invecchiati, a dimostrazione di come, per Michelangelo, l’aspetto fisico sia anche espressione della spiritualità interiore.


Sacrificio di Noè


La settima scena, il "Sacrificio di Noè", riguarda il ringraziamento del Patriarca al Signore dopo il diluvio. In primo piano, l’offerta delle viscere di un ariete: "Poi Noè eresse un altare al Signore, prese di ogni specie di animali puri e di ogni specie di uccelli puri e li offrì in olocausto sull’altare" (Genesi 8,20).


Diluvio Universale


Il "Diluvio Universale", nell’ottavo riquadro, è liberamente tratto dai capitoli 7 e 8 della Genesi. Presenta a destra una tenda sotto la quale si rifugiano atterriti coloro che saranno vittime del diluvio; al centro, i pochi superstiti vengono portati in salvo da Noè che, con una barca, li avvia verso l’arca, simbolo della Chiesa, raffigurata in alto a sinistra. In primo piano, impostata su una diagonale, è descritta la salvazione: dopo il diluvio ed il ritiro delle acque, i superstiti approdano sulla terra trasportando con sé i pochi beni materiali messi in salvo. La scena è popolata da ben 60 figure che si stagliano su un fondo chiaro, in un paesaggio profondo. Fu probabilmente questo il primo episodio ad essere stato eseguito da Michelangelo: da allora in avanti l’artista preferirà immagini più grandi, con scorci sempre arditi e compositivamente complessi. Uno scoppio avvenuto nel 1797 nel deposito delle polveri di Castel Sant’Angelo, ha purtroppo fatto crollare una parte del cielo dove, come dimostrano stampe cinquecentesche, era rappresentato un fulmine.


Ebbrezza di Noè


Segue, nel nono riquadro quello più vicino all’ingresso originario della Cappella, l’"Ebbrezza di Noè" (Genesi 9,20-23 ), che rappresenta la ripresa della vita e dell’attività agricola sulla terra. "Noè cominciò a fare l’agricoltore e piantò una vigna; ne bevve il vino, s’inebriò e dormiva ignudo in mezzo alla sua tenda. Cam, padre di Canaan, vide la nudità di suo padre e corse fuori a dirlo ai suoi fratelli. Ma Sem e Jafet presero un mantello, se lo misero sulle spalle, e camminando all’indietro, coprirono le nudità del loro padre; e siccome avevano la faccia volta indietro non videro le sue nudità".



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I Pennacchi  angolari

Nei quattro pennacchi angolari sono raffigurati episodi che alludono alla salvazione del popolo d’Israele. Iniziando dalla parte dell’antico ingresso si trovano:


Giuditta e Oloferne


, "Giuditta e Oloferne": è qui illustrato il momento in cui la giovane fanciulla ebrea, fatto ubriacare e ucciso il generale assiro Oloferne, che aveva avuto ordine dal re babilonese Nabucodònosor di muoverecontro l’esercito israeliano, ne consegna la testa alla sua ancella (Giuditta 13,8-10).


Davide e Golia


Il pennacchio con l’episodio di "Davide e Golia": durante la guerra tra Ebrei e Filistei, il giovane Davide ebbe il coraggio di battersi contro il gigante Golia, che aveva giurato che avrebbe ridotto il popolo ebraico in schiavitù, se fosse riuscito a sconfiggere l’esercito giudeo (1 Samuele 17,41-51).


Serpente di bronzo


il "Serpente di bronzo", a rievocare l’episodio biblico in cui il Signore inviò serpenti contro gli Israeliti; essi infatti, marciando verso la terra promessa, scoraggiati dalle fatiche, avevano suscitato contro di loro la Sua ira e quella di Mosè (Numeri 21,8); pentitosi del suo comportamento, il popolo in marcia nel deserto fu perdonato: Iddio disse dunque a Mosè di foggiare un serpente di bronzo; chiunque, dopo essere stato morso da un serpente, lo avesse guardato, si sarebbe salvato.



Punizione di Amàn


lLa "Punizione di Amàn", episodio tratto dal libro di Ester, che ricorda la morte di un giovane visir di nome Amàn; questi aveva fatto promulgare un editto contro gli Ebrei, in base al quale chiunque non si fosse inchinato di fronte al re sarebbe stato ucciso. Ma Ester, moglie di un re persiano, riuscì a far ritirare il decreto, salvando in questo modo il popolo d’Israele, e a mandare a morte il visir Amàn. Le vele sono sormontate da ignudi bronzei in pose simmetriche e da bucrani (teschi di buoi), motivo ornamentale classico che allude ai rituali sacrificali.


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Sibille e Profeti

Nella fascia esterna, seduti su possenti troni delimitati da putti nudi monocromi su plinti, trovano posto le splendide figure dei sette Profeti biblici e delle cinque Sibille pagane: hanno in comune l’aver preannunciato la venuta di Cristo. I vari personaggi sono accompagnati, in secondo piano, da angeli o putti che ne sottolineano la funzione. Ognuno è ripreso nell’atto di leggere un libro o srotolare una pergamena, impegnato in uno straordinario sforzo spirituale e fisico al tempo stesso. Tra le figure più belle la Sibilla Delfica, ed i profeti Ezechiele e Giona: quest’ultimo è rappresentato accanto al pesce entro cui rimase per tre giorni, lo stesso tempo di permanenza di Cristo nel sepolcro prima della Resurrezione.

Zaccaria




Gioele




Sibilla Delfica




Sibilla Eritrea




Isaia




Ezechiele




Sibilla Cumana




Sibilla Persica




Daniele




Geremia




Sibilla Libica




Giona




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Vele 

Nelle lunette e nelle vele ,  Michelangelo ha rappresentato gli Antenati di Cristo, anticipatori della sua venuta e quindi della Redenzione. 
Essi sono elencati all'inizio del Vangelo di Matteo, che a partire da Abramo riporta i nomi di quaranta progenitori di Cristo, rappresentati qui non tanto come immagini storiche quanto come figurazioni simboliche di un'umanità colta in varie attitudini e soprattutto nel suo costituirsi in nuclei familiari. 

Vela sopra Zorobabele, Abiud ed Eliachim




Vela sopra Giosia, Ieconia e Salatiel




Vela sopra Ozia, Ioatam e Acaz





Vela sopra Ezechia, Manasse e Amon





Vela sopra Roboamo e Abia





Vela sopra Asaf, Giosafat e Ioram





Vela sopra Salmòn, Booz e Obed





Vela sopra Iesse, Davide e Salomone






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Ignudi




Le scene della Genesi sono contornate dagli Ignudi, straordinarie figure maschili, dalla possente corporatura, che forse alludono alla bellezza dell’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio: seduti sopra cubi di marmo, con pose "avvitate", essi sostengono festoni o tendono nastri cui sono legati grandi medaglioni di bronzo con scene ancora tratte dall’Antico Testamento. Notevole è la loro funzione compositiva, perché interrompono la continuità delle membrature e legano i diversi riquadri della Genesi. È stato osservato che "la loro presenza, su ciascuno dei quattro risalti, serve ad inquadrare nel modo apparentemente più spontaneo le scene minori, e quindi svolge un compito essenziale nel ritmo alterno dei nove scomparti


Biografia di Michelangelo Buonarroti

   Michelangelo Buonarroti Nato il 6 marzo 1475 a Caprese, un piccolo paese della Toscana, vicino ad Arezzo,  Michelangelo Buonarroti ancora...